Un anarchico dietro la macchina da presa

di Alessio Di Rocco e Stefano Raffaele


Giovanni Bruno Solaro nasce a Trecate, un comune della provincia di Novara, in Piemonte, il 7 agosto 1932, figlio di Luisa Giudici e del pittore Omero Solaro. L’infanzia non è semplice: «Il papà venne catturato in un campo di concentramento», ci racconta Hirtia Solaro, figlia e depositaria delle memorie di famiglia, «Lui ha vissuto con la sola madre. Una madre coraggio, che tramite la tessera del partito fascista riuscì a fare uscire Omero dalla prigionia, ma nonostante ciò la gratitudine fu poca e, da playboy inguaribile qual era, cominciò a cornificarla in tutte le longitudini e latitudini, e così mio padre si trovò presto intorno un numero considerevole di sorelle e di fratelli. A un certo punto si innamorò di una ragazza che poi scoprì essere sua sorella».  (1)


Solaro e Moravia


Anche la donna con la quale Solaro lega la sua vita e che lo accompagnerà per tutta la sua esistenza, Maria Francesca Rossi Ferrari, nata anch’essa a Trecate il 5 aprile 1937 e scomparsa il 2 maggio 2022, conosciuta con lo pseudonimo di Lena Lin, era una sua parente: «Si è fidanzato con mia madre che avevano lui 13 anni e lei 8, erano cugini in seconda. Fidanzamenti casalinghi, di famiglia, perché lui era uno che non usciva dal nucleo famigliare: credeva che l’amore e le emozioni andassero consumati esclusivamente in famiglia. Credo per una paura del contatto con l’esterno. Mia madre, nonostante il doppio cognome, non aveva origini nobili. Mio padre sì: lui discendeva dai Solaro della Margarita». I due si sposano nel ’57; il 13 agosto 1958 nasce il primogenito, Numa, e il 21 settembre 1959 nasce Hirtia e si trasferiscono a Roma, partendo da Trecate con sessanta lire in tasca. «Comprò un appartamento a Viale Tirreno e ci vivemmo per un po’: qui, sul terrazzo di casa, cominciò a mettere insieme una piccola attrezzatura cinematografica, intanto scriveva e dipingeva». 
Solaro si era auto pubblicato il primo libro, I moscardini, nel 1952, vendendo la sua bicicletta. Di circolazione limitatissima, di questo testo oggi non se ne trova traccia. Con la serie di dipinti intitolata Vita sessuale dei mutilati, attira invece l’attenzione dei critici e si guadagna il plauso di Davide Lajolo, che ne scrive: «Solaro ha una creatività tempestosa e ruggente, presceglie i temi difficili, scabrosi, mette le mani tra le spine, tra gli ingranaggi. I sui temi non li canta, li vuole patire».



Nel 1957 dà alle stampe la prima edizione del romanzo-saggio I Cavalieri del nulla, cui ne seguirà una seconda edizione nel ’60 e una terza nel ’69, intitolata I Cavalieri del nulla, ieri. Vero e proprio manifesto del pensiero filosofico di Bruno Solaro, il romanzo dà voce a tutti quei ragazzi che ambiscono a sovvertire le ferree regole della società: «Non erano figli dei fiori, fate attenzione, ché papà si rivolterebbe nella tomba», precisa Hirtia «Erano “ragazzi underground”, come lui amava definirli; ragazzi capaci di scollare tutte le convenzioni ideologiche ben prima della lotta dei sessantottini. Lui aveva già previsto che sarebbe poi successa una lotta studentesca, aveva già colto il fermento».





Nel ’59 Solaro fonda a Roma la Scuola di Recitazione d’Avanguardia, con la quale produce un paio di corti: Amore e Testa mozza (in quest’ultimo un uomo con la testa mozzata amoreggia con una donna). Protagonisti Solaro même e consorte. E inaugura l’associazione culturale Scrittori d’Avanguardia, che gli consente di entrare in contatto con Pier Paolo Pasolini. «Pasolini lesse di questa associazione su Paese Sera e contattò mio padre e in breve si creò un rapporto. Aprimmo quindi un vero e proprio salotto culturale a casa nostra, dove c’erano sempre la Maraini con la sua minigonna vertiginosa, Moravia, Pasolini e spesso anche Berenice [Jolena Baldini]. Può sembrare strano, ma succede che Pasolini si innamora di mia madre: un amore platonico, mentale ovviamente, non fisico, perché mia madre era una donna molto sanguigna e lui in quel momento della sua vita aveva forse bisogno di sentirsi uomo. Pierpaolo chiamava a casa quattrocento volte al giorno per sentire la voce di mamma, finendo poi anche per litigare con mio padre, perché non ce la faceva più». Pasolini assegna a Lena Lin un ruolo nel suo film Uccellacci e Uccellini (1966):
«Fece dei provini anche a me e mio fratello ma poi ci scartò, non so se perché eravamo incapaci di recitare o perché voleva stare da solo con mamma. Dopo quel film mia madre avrebbe potuto decollare, tant’è che la chiamò Federico Fellini per fare Tre passi nel delirio, perché somigliava tantissimo a Sandra Milo di cui lui era innamoratissimo. Solo che Sandra era arrabbiata con lui e non voleva lavorarci, e quindi Federico pensò di sostituirla con mia madre. Senonché aveva dei modi molto particolari, Federico: se la mise in braccio, la palpeggiò. Mio padre andò su tutte le furie e lei il film non lo fece più».
In questo arco temporale, data anche il primo vero lungometraggio di Giovanni Bruno Solaro: Il provino di Cristo, menzionato sui repertori nel 1966, ma che Hirtia fa invece risalire al 1964: «In quel film avevo quattro/cinque anni, era sicuramente il ’64. Lui si vendette tutti i beni di famiglia e si comprò la prima Arriflex 16 mm munita di cavalletto e un proiettore. Perché papà montava col proiettore, solo diversi anni dopo acquistò una moviola. Prima di iniziare le riprese andò su qualche set di Pasolini e Fellini tanto per imparare il mestiere. Se sei a digiuno di regìa puoi fare un film facendoti assistere da un buon tecnico, ma lui non voleva neanche quello. Prendeva la sua cinepresa a manovella e girava, girava… Aveva una serie infinita di obiettivi: andava in giro con le toppe e la canottiera bucata, però le cose tecniche doveva averle all’ultimo grido. Il provino di Cristo venne censurato immediatamente e rifiutato da tutti. Chiedevano come compromesso di mutare il titolo, ma mio padre si è sempre rifiutato».


Solaro con la moglie e la figlia


Qui occorre fare un piccolo inciso: il film non è mai stato presentato in censura né il copione risulta sottoposto alla revisione preventiva. Ma in un servizio pubblicato nel numero di Nuova Mascotte del 20/8/66 si parla effettivamente di censure al film: «Pare proprio che i film di Solaro debbano essere visti soltanto all’estero», scrive l’anonimo giornalista, «In Italia Il provino di Cristo è stato visto solo in visione privatissima. Probabilmente in Italia entrerà in circolazione non in edizione integrale». Questo primo lungometraggio porta come marchio I cavalieri del nulla; come attori troviamo la famiglia Solaro al completo e tutto è girato all’interno del loro appartamento. A differenza dei film che verranno però, Il provino di Cristo ha almeno un accenno di trama: una ragazza moderna (Lena Lin) vive in un palazzo di una grande città. Un giorno una famiglia borghese che vive nello stesso palazzo le affida il figlio menomato (Numa Solaro), perché devono presenziare a una festa e si vergognano del fanciullo. La ragazza accetta ma poi, sola con il bambino, accusa, gridando, i borghesi, mettendo in ridicolo i loro costumi. Passa del tempo: alla giovane è morta la figlioletta (Hirtia Solaro), ma non vuole denunciare il fatto e si tiene il cadavere in casa. Le viene affidato di nuovo il bambino borghese, che è tenuto lontano dalla camera dove giace la bambina. La ragazza decide di telefonare a un artista (Bruno Solaro) e di invitarlo a casa, per avere conforto.  L’uomo, di fronte alla morte della bambina, tenta di mantenere un atteggiamento razionale ma la donna lo accusa di essere di poco cuore e troppo cervello e alla fine si lascia cogliere da un terribile sconforto che sfocia nel delirio. A questo punto entra di nuovo in scena il bambino borghese: si è dipinto delle svastiche sulle gote e sulla fronte e brandisce un grosso coltello da cucina. Nella semioscurità della camera, il bambino accoltella più volte l’uomo, che non reagisce e prima di morire dice alla donna: «Come vedi ho le carte in regola: anch’io ho dato qualcosa per la morte di tua figlia».



Il giornalista di Nuova Mascotte, tra i pochi fortunati ad aver visto il film, scrive: «La fotografia (…) è a luci violente, alla Caravaggio, fortemente contrastata, adatta alla recitazione, fatta di scoppi d’angoscia, di Lena Lin. La prestazione di Lena Lin è risultata eccezionalmente autentica, la “presa diretta” l’ha valorizzata al massimo».
I Cavalieri del nulla, diventato nel frattempo un movimento di matrice anarchica, viene attenzionato dalle forze dell’ordine. Il 25 marzo 1969 poliziotti travestiti da operai della ACEA fanno irruzione presso la sede di via Leonina 15-A, anche nuovo domicilio della famiglia Solaro. Mettono a soqquadro la casa in quanto il regista è il principale sospettato di alcuni attentati dinamitardi avvenuti nei giorni precedenti in Senato e presso alcuni distributori di carburante. Ma nell’appartamento non ci sono armi, e Solaro, chiamato a spiegare nel dettaglio le attività dell’associazione, sostiene che fino a quel momento I Cavalieri del nulla si sono limitati a presentare un esposto contro la caccia. «Di lì in poi le perquisizioni diventarono all’ordine del giorno», racconta Hirtia, «Se non sfondavano la porta entravano dalla finestra. Perché per loro essere anarchici significava avere le armi e le bombe. Allora siccome mio padre era un buffone, un giorno costruì delle bombe con la carta del giornale, che ricoprì con il gesso e dipinse di nero. Le lanciò quindi sui tetti di via Leonina. Venne la Digos, gli artificieri, chiusero il traffico da via Cavour. Lo arrestarono ma non si fece neanche un giorno di galera perché aperte queste bombe trovarono la carta. Con uno scherzo del genere oggi vai in galera a vita».
Il 30 marzo 1969, nel corso di un’altra perquisizione, la polizia rinviene una cartina del Vaticano e un mini dossier intitolato Progetto per rapire il papa. «Papà una mattina si è alzato: Lena! Lena! Ho deciso che faccio una piantina del Vaticano perché ho intenzione di rapire il papa. Ovviamente noi di casa non gli davamo neanche retta: “Va bene, sì, e come vorresti rapirlo?”. Il progetto del rapimento non si è concretizzato ovviamente ma mio padre per attirare l’attenzione su di sé andò in piazza del Vaticano con armi giocattolo, e venne nuovamente arrestato. Poi riuscì a cavarsela spacciando la cosa come un progetto filosofico, teso a dare uno scossone alla cristianità».



Dopo la strage di piazza Fontana, Solaro mette su un instant-movie, intitolato Gli anarchici (1970), dove lui si ritaglia il ruolo di Pino Pinelli mentre per la parte di Valpreda si pensa addirittura a Gian Maria Volontè. Ma non solo la vedova di Pinelli rifiuta di collaborare, ma tutte le associazioni di categoria si scagliano contro il film. «Alla fine anche Volontè ha ritirato la sua disponibilità, perché aveva paura per la sua carriera. Mio padre girò comunque metà film, ma poi terminò i soldi e abbandonò il progetto», racconta Hirtia.  Nel numero di L’Astrolabio del 12 luglio 1970, Bruno Solaro denuncia l’ostruzionismo subito dal film: «È boicottato in ogni modo (…) L’Ansa e L’Italia non hanno voluto distribuire le foto del film».  Il regista descrive anche il contenuto delle scene: «in alcune si vedeva il papa seduto sul vasetto, in altre la protagonista sognava di farsi il papa e dava alla luce un mostriciattolo (…) C’è una scena che si ripete: Pinelli interrogato dai poliziotti e poi buttato dalla finestra. La scena può essere inserita oppure tolta, a scanso di denunce. Di sicuro si vedrà in visione “privata”».
Abbandonata a metà la lavorazione de Gli anarchici, Solaro e consorte iniziano una campagna a favore del nudismo. Nel 1971 Lena Lin subentra a Rosita Torosh nella presidenza della Lega Italiana Naturisti, fondata da Vincenzo Bruno. L’azione più clamorosa è lo spogliarello che l’attrice compie sul lungotevere all’altezza del ponte Cavour, davanti il vecchio Palazzo di Giustizia, per protestare contro l’arresto di una turista tedesca sorpresa a ballare nuda in una spiaggia di Alassio.  Nell’agosto 1973 i coniugi Solaro girano ininterrottamente a bordo di una Volkswagen rossa per le strade di Cerano e Trecate distribuendo tesserine e cercando proseliti per l’apertura di un campo nudisti. Il posto prescelto: un lembo di spiaggia ubicato a Molino di Cerano. 
Nello stesso mese, la Lega minaccia di invadere le spiagge del litorale facendo sbarcare i nudisti con barche appositamente equipaggiate. Ma nel giro di un’estate tutto si sgonfia: «Nessuno di noi credeva veramente a quella cosa dei nudisti, perché non è che spogliandoti fai la rivoluzione», ci confida Hirtia, «Però credevamo nella libertà».



Nel 1973 la famiglia si trasferisce a Lido di Ostia, in via delle Baleari 167 e qui Solaro gira I demenziali, un cortometraggio di 15’ che viene proiettato per tre mesi consecutivi nel loro cineclub. I demenziali rappresenta un prototipo di I repellenti (1977), il film più ambizioso nella carriera del regista.  
Girato in pellicola 35 mm, I repellenti viene finanziato attraverso la Cinematografica d’Avanguardia, un’impresa di produzione (intestata alla moglie del regista) fondata il 7 ottobre 1976 con capitale sociale di 100.000 lire. Per il film questa volta si fanno le cose in regola: il 5 gennaio 1977 è presentata al Ministero la denuncia di inizio lavorazione (il titolo è indicato come I rivoltanti, poi mutato) accompagnata da una lettera dove si richiede la deroga dall’utilizzo dei teatri di posa: «L’ambiente non potrà essere nella maniera più assoluta un teatro di posa dove tutto è finzione, e dove i tempi programmati mettono gli attori e il regista nell’impossibilità di sperimentare nuove gestualità, elaborare nuove tecniche (…) volendo, dopo anni in cui la nostre sperimentazione (costrette alla clandestinità da leggi fasciste) è stata mal copiata, far conoscere al grosso pubblico i nuovi linguaggi cinematografici, noti e riconosciuti per ora solo all’estero». La domanda è accolta e Solaro si gira il film, al solito, tutto all’interno del suo appartamento, dal 7 al 20 gennaio ’77, con un budget di 44.905.000 lire, dieci milioni dei quali ricevuti dal fondo intervento. 
Chiariamo subito un punto: I repellenti non c’entra nulla col Teatro Repellente fondato da Enzo Jannacci e Beppe Viola come qualcuno erroneamente ha scritto. È la storia di una famiglia disfunzionale, che, rifiutando le convenzioni sociali, sposa la pazzia come stile di vita. Bruno Solaro interpreta Trevion, il padre famiglia, Lena Lin è nel doppio ruolo di Svastica e Piga, cioè mamma e nonna dei due fanciulli, che si chiamano Amun e Aitrih (i veri nomi dei figli di Solaro scritti al contrario). E la famiglia passa il suo tempo compiendo gli atti più disgustosi, in un crescendo di cattivo gusto che sembra la versione nostrana del Pink Flamingos di John Waters. «Pensare di stendere una relazione sul film è impresa impossibile oltre che inutile», scrive la Commissione di Esperti del Ministero, con malcelato imbarazzo, «Gli autori sono i primi a rifiutare una storia costruita secondo canoni e schemi tradizionali (…) Tuttavia, poiché è indispensabile schematizzare il loro bizzarro e fumoso messaggio (…) si può tentare di definirlo una rabbiosa protesta contro una società, o meglio un mondo, assolutamente inutile dove i gesti usuali non hanno alcun significato e che nessuno, per quanto si ostini, potrà mai modificare. È un concetto personale che si può anche discutere e democraticamente rispettare: quello che non convince è il linguaggio cinematografico, all’avanguardia secondo gli autori, squallido e repellente secondo i profani. Non si vede infatti come definire un prodotto (chiamarlo film sarebbe un inutile eccesso di generosità) che per dibattere una certa tesi si serve di personaggi, tutti appartenenti alla stessa famiglia, che passano il loro tempo a vomitarsi addosso, ad imbrattarsi la faccia di escrementi, a custodire amorevolmente in barattoli di vetro i loro continui sbocchi di sangue, ad insultarsi ferocemente salvo poi cercare rapporti incestuosi. Se tutto questo ha un significato non è facile coglierlo (…) sarebbe solo opportuno ridimensionare la prosopopea di chi si permette di affermare che il film ha “finalità artistiche”»
«C’erano scene veramente allucinanti», ci conferma Hirtia Solaro, «Io e mio fratello dovevamo vomitare vermi e il film finiva con mio padre che si cibava di noi. Gli effetti speciali poi li faceva lui stesso, con veri vermi da pesca e interiora comprate dal macellaio. Nessuno è mai riuscito a reggere la visione del film per più di venti minuti».



I repellenti passa in censura con vm 18, ottiene la nazionalità italiana (con protocollo n. 17337 e non 2353 come riporta l’Anica) ma viene escluso dalla programmazione obbligatoria per grave insufficienza tecnica. Tuttavia intorno al film si crea un caso che attira Vittorio Cecchi Gori «Cecchi Gori si è interessato al film perché c’ero io, perché credeva di poter mostrare una ragazzetta nuda di 15 anni», racconta Hirtia «Papà mi ha mostrato la sua stesura del film ma non funzionava, il montaggio era totalmente sconclusionato. “O rimetti un po’ di ordine o Cecchi Gori ti fa una pernacchia da qui a Napoli” gli dissi. Mi sono messa io stessa in moviola a cercare di dare un senso alle scene. Cecchi Gori venne, gli aprii la porta proprio io, e appena lui mi vide si sfregò le mani e cominciò a farmi tutta una serie di complimenti. Mise sul tavolo un assegno di 650 milioni per comprarsi il film, ma mio padre rifiutò, sia perché infastidito dall’atteggiamento che aveva tenuto nei miei confronti, sia perché il montaggio lo avevo rifatto io e sia perché vendersi a Cecchi Gori significava piegarsi al sistema. Lì ho preso l’incazzatura più grande della mia vita, gli ho detto “papà sei proprio un deficiente, non ti voglio più parlare”. Poi ho capito che a mio padre il mio montaggio non piaceva: era troppo normale, su scene anormali. Pensate che aveva rifiutato anche la colonna sonora di Piero Piccioni, che il compositore ci aveva offerto gratuitamente, in amicizia. Quando abbiamo ascoltato per la prima volta la sua musica io ho detto: “Accidenti!”. Era una musica che strideva un po’ con le immagini, ma funzionava. Papà disse no. Prese dalla mia stanza una chitarra scordata, che nessuno di noi sapeva suonare, cominciò a pizzicare le corde a caso e accompagnò così le immagini».
I repellenti, che includeva scene anche dei precedenti film di Solaro, viene proiettato in pubblico, a partire dal 24 aprile 1977, al Cinetenda, un cineclub in grado di ospitare cento persone ubicato sulla loro terrazza di casa e il cui ingresso era rigorosamente vietato a giornalisti e intellettuali. Lì per alcune domeniche vengono proiettati tutti i lavori del regista, ma il Cinetenda ha vita breve: i vigili urbani fanno irruzione e il pretore ne ordina lo smantellamento.   
Nel 1978 I Cavalieri del nulla diventa a tutti gli effetti un partito politico e Solaro, nell’agosto dello stesso anno, celebra nella pineta di Castel Fusano un vero e proprio matrimonio omosessuale tra due ragazzi italo americani, appositamente organizzato, dichiarava ai giornalisti, «Per protestare contro uno Stato che non ha compreso il loro problema: l’esistenza di una realtà omosessuale che va accettata, non isolata o addirittura eliminata, ammessa in tutti i paesi tranne che in Italia». (2)
Tempo dopo, nella stessa pineta, Solaro organizza la cattura di Dio: «Chiamò tutti i giornalisti annunciando: oggi a mezzogiorno ci sarà la cattura di Dio nella pineta di Castel Fusano», racconta Hirtia, «Giornalisti e fotografi si radunarono in pineta. Mio padre comparve con un saio rosso sgargiante, a mani vuote, e disse loro: “Vedete? Vi ho dimostrato che Dio non esiste”. Alcuni non presero bene la provocazione e volevano menargli».
È plausibile che questo episodio servisse a pubblicizzare il film Di colpo alle spalle di Dio, che Solaro annuncia nel novembre 1980. Un tentativo, come lo descrive l’autore, di «Cercare Dio col metro di una propria logica». Ma il progetto, che ambisce al finanziamento pubblico tramite l’articolo 28, è destinato a rimanere sulla carta.
Tra il 79 e 80 Hirtia Solaro va via da casa e il padre, senza la famiglia al completo, ha un blocco creativo dal quale non uscirà più. «Vivere in quella famiglia era un vero inferno. Mia madre era una persona bipolare tendente alla violenza: accadeva non di rado  che si svegliasse in piena notte e a me e mio fratello ci pestava a sangue, senza motivo, o ci buttava giù dal letto e ci trascinava per casa. Mio padre era succube di lei, perché aveva una gravissima forma di asma e di diabete, necessitava delle bombole di ossigeno per respirare e quindi dipendeva in tutto e per tutto da lei. Ma per noi ragazzi era un incubo. All’ennesima volta che ho trovato le valige fuori di casa ho preso e sono andata via. Mio padre senza di me non riusciva più a fare niente: arrivò addirittura a offrirmi un assegno di 350 milioni per ritornare ma io non ho accettato. Tutti i progetti di mio padre anni 80 sono riproposizioni di cose precedenti, rimontaggi. Andata via io non ha più fatto niente»
Tra questi progetti troviamo un documentario su Pier Paolo Pasolini del 1981 intitolato Pasolini ultimo giorno e composto per lo più di filmati di quando Pasolini frequentava il circolo culturale di Solaro e un film intitolato Cucù (1981) che a leggere il resoconto ministeriale dovrebbe essere effettivamente un rimontaggio de I repellenti.
Solaro muore di diabete a 57 anni in una clinica di Roma il 4 febbraio 1990, ma fa in tempo e mettere in scena la sua ultima provocazione: chiede che sulla sua lapide venga scritto Solaro Giovanni Bruno Papa Laico. «È stata la sua ultima volontà e lo abbiamo accontentato. Negli anni qualcuno, sensibile alla religione, ha anche tentato di rimuovere la scritta con uno scalpello. Credo che papà ne avrebbe riso»

Un ringraziamento speciale a Hirtia Solaro per la straordinaria disponibilità, le notizie e il materiale che ci ha messo a disposizione.

NOTE: 

1) Tutte le dichiarazioni di Hirtia Solaro sono state da noi raccolte nel corso di un’intervista avvenuta in data 23/4/2019.

2) I dettagli potete leggerli in Victor Ciuffa Guardandosi negli occhi lui e “lui” hanno detto sì, in «Corriere della Sera», 21/8/78


 


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